Il Rumore della Cascata: Come Medito Io
Alla meditazione ci sono arrivato dopo un burnout. Ogni sera, vicino al laghetto in giardino, ascolto la cascata e lascio che i pensieri si posino. Ecco come funziona, per me.
Come ci sono arrivato
Alla meditazione non sono arrivato per moda. Ci sono arrivato perché sono crollato.
A maggio 2024 sono andato in burnout. Di quelli veri, in cui il corpo e la testa dicono insieme “basta, non ce la faccio più”. Sono andato al CSM — il Centro di Salute Mentale — e ho iniziato un percorso. Ancora oggi sono in cura, e non c’è niente di cui vergognarsi: anzi, è una delle cose di cui vado più fiero.
È lì, dentro quel percorso, che ho incontrato la meditazione. E piano piano è diventata la mia ancora quotidiana.
Il mio posto
Medito quando posso, ma di solito la sera, subito dopo cena.
Ho un posto. È il giardino, vicino al laghetto. C’è una piccola cascata, e fa quel rumore d’acqua che non smette mai.
Mi siedo. Chiudo gli occhi. E ascolto solo quello: l’acqua che cade. Niente telefono, niente voci nella testa che mi chiedono conto della giornata. Solo la cascata.
Non so spiegarti bene perché funzioni proprio quel suono. So solo che, dopo un po’ che lo ascolto, qualcosa dentro si calma.
Cosa succede, dentro
Io lo chiamo “svuotare la mente dai casini”.
In realtà la mente non si svuota davvero — quello è un mito, e all’inizio mi faceva sentire un incapace (“non ci riesco, continuo a pensare”). La verità è un’altra: le do una cosa sola a cui aggrapparsi, il rumore dell’acqua, e tutto il resto — i pensieri, le preoccupazioni, i “casini” — piano piano si posa. Come quando agiti un bicchiere d’acqua torbida e poi lo lasci fermo: la sabbia scende da sola, e l’acqua torna limpida.
Comincio pieno di pensieri. Finisco “senza pensieri” — o almeno, con la mente riordinata. È la cosa più vicina alla pace che conosca.
La sera che mi ha tenuto insieme
C’è stata un’estate, di recente, in cui la vita ha deciso di mettermi alla prova sul serio. Nel giro di pochissimi giorni è successa una serie di brutte cose, una dietro l’altra, dentro la mia famiglia. Roba che ti fa tremare le gambe. Per fortuna, alla fine, è andato tutto bene.
In quei giorni non avevo la testa per “ragionare”. Ma la sera, tornare al laghetto e ascoltare la cascata anche solo dieci minuti, è stata l’unica cosa che mi ha tenuto insieme. Non risolveva niente — ma mi dava un posto dove respirare, in mezzo al caos.
Ho capito lì che la meditazione, per me, non è un esercizio da fare quando va tutto bene. È proprio la corda a cui mi aggrappo quando va tutto storto.
Se vuoi provarci
Non ti servono app, candele o posizioni strane (a meno che non ti piacciano). A me basta poco:
- Un posto che senti tuo. Il mio è il laghetto. Il tuo può essere una sedia vicino alla finestra, l’auto in un parcheggio silenzioso, perfino la doccia.
- Un suono, o un punto, su cui appoggiare l’attenzione. Per me è l’acqua. Per te può essere il respiro, un ventilatore, il traffico lontano.
- Cinque, dieci minuti. Quando la mente scappa — e scappa, è normalissimo — la riporti con gentilezza al suono. Senza arrabbiarti. Ogni volta che la riporti, è già meditazione.
E soprattutto: non pretendere di “svuotare la mente”. Dalle solo una cosa a cui aggrapparsi, e lascia che il resto si posi da solo.
In fondo
Per uno che ha passato anni con la testa piena di rumore — domande, paure, “casini” — avere un posto dove tutto si calma è una specie di piccolo miracolo quotidiano.
Non costa niente. È lì ogni sera. E mi ricorda, ogni volta, che anche la mente più agitata, se le dai un attimo, sa tornare limpida.
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