La Mia Storia con l'Ansia: da Quando Avevo Dieci Anni
Convivo con l'ansia da quando ho dieci anni. Non è mai sparita — ma ho imparato ad abitare il posto in mezzo, tra il non stare bene e il non stare male.
Diciannove anni
Ho ventinove anni, e diciannove li ho passati con l’ansia accanto.
Per tantissimo tempo non l’ho nemmeno chiamata così. Pensavo fosse il mio carattere. “Sono fatto così”, mi dicevo. Uno che si preoccupa, uno teso, uno che certe cose non riesce a farle e basta. Non sapevo che avesse un nome. E soprattutto non sapevo che si potesse imparare a conviverci.
Dove è cominciata
Avevo dieci anni quando mia madre rischiò di morire.
Non racconterò i dettagli — non servono, e qualcosa resta solo mio. Ma quella paura lì, a dieci anni, la ricordo precisa.
Ho dieci anni. E per la prima volta capisco una cosa enorme: che le persone che mi tengono al mondo possono sparire. Che il pavimento sotto i piedi non è così solido come credevo.
Lei si è salvata. Ma quella sensazione no, quella non se n’è più andata. Me la sono portata dietro per anni, come un sasso in tasca: certe volte lo dimentichi, certe volte pesa da impazzire.
La forma strana che aveva preso
L’ansia, col tempo, aveva preso una forma tutta sua. Strana, persino a raccontarla.
Uscivo, sì. Ma non riuscivo ad attraversare il centro degli spazi aperti. Una piazza, un piazzale, un parcheggio grande: li costeggiavo. Camminavo rasente i muri, lungo i bordi, come se il centro fosse un vuoto in cui potevo cadere. Stare in mezzo, allo scoperto, era insopportabile.
E non potevo restare fuori casa più di tanto. Era come avere un elastico legato alla schiena: oltre un certo punto tirava, e dovevo tornare.
Per molto tempo non ho neanche saputo che si chiamasse agorafobia. E comunque la mia non era quella dei film. Era questa cosa qui, fatta di bordi e di confini invisibili che solo io vedevo.
Anche quando sono felice
C’è una cosa che ho capito tardi, e che quasi nessuno si aspetta: gli attacchi di panico non arrivano solo nei momenti brutti.
A me succede anche quando sono molto contento.
Ci ho messo un po’ a capirlo, ma il corpo non distingue troppo bene tra un’emozione fortissima e un pericolo. Quando la gioia sale tutta insieme, troppo in fretta, il cuore parte, il respiro si stringe, e si accende tutto come se fosse paura. All’inizio mi spaventava il doppio, proprio perché non aveva senso: perché adesso? sto bene!
Oggi lo so. E sapere cosa sta succedendo, dentro, cambia ogni cosa.
Cosa, col tempo, mi ha aiutato
Sono andato in terapia. È stata la cosa più importante: avere un posto dove dire le cose ad alta voce, e qualcuno che mi aiutava a guardarle senza scappare.
Ma se devo dire cosa mi ha aiutato davvero, ogni giorno, sono poche cose semplici:
- Fare solo quello che mi piace. Ho smesso di costringermi a stare in situazioni che mi prosciugavano solo perché “si deve”.
- Imparare a dire di no. Sembra banale. Per me è stata una rivoluzione. Ogni “no” detto al momento giusto era un po’ di ansia in meno.
- Meditare per pulire la mente. Non per svuotarla — quello non funziona — ma per fare ordine, per dare aria ai pensieri quando si ammucchiano l’uno sull’altro.
E poi una cosa che non avrei mai creduto possibile: ho imparato a gestirli, gli attacchi. Quando ne arriva uno, ormai lo riconosco. So che non è un pericolo, anche se il corpo mi urla il contrario. E nel giro di qualche minuto riesco a farlo passare. Non è sempre elegante. Ma passa.
Dove sono oggi
Non posso dire di stare bene.
Ma non posso nemmeno dire di stare male.
Esiste un posto in mezzo. Ci ho messo diciannove anni, ma ho imparato ad abitarlo.
E per uno che per metà della vita ha camminato rasente ai muri, stare nel mezzo — anche solo questo — è molto più di quanto pensassi di poter avere.
A chi sta leggendo
Se ti riconosci in qualcosa di tutto questo, voglio dirti una cosa sola: non sei strano, e non sei solo. Anche se la tua ansia ha preso una forma bizzarra, difficile da spiegare agli altri — la mia era fatta di bordi di piazze, figurati — ha comunque un senso. E si può imparare a conviverci.
Non ti prometto che sparirà. A me non è sparita. Ma ti dico che si può smettere di esserne governati. Lo so perché, un “no” alla volta e un respiro alla volta, ci sto riuscendo.
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